L’Istituto superiore di sanità: il 71% delle vittime è maschio. Rezza: «Servono più dati». L’età media dei morti è 79 anni

(tratto da iltirreno.gelocal.it 15 marzo 2020 di Mario Neri) – FIRENZE. Per gli esperti è ancora un mistero. Nessuno sa spiegare, o meglio confermare con evidenze scientifiche, perché le donne sopravvivano di più al virus. Non solo. A stare ai dati in possesso alle fonti ufficiali, parrebbero perfino più immuni a Covid-19. Più forti, meno colpite, e soprattutto più capaci di resistergli. E c’è un diagramma su tutti che disegna questa sfasatura fra universo maschile e femminile nell’emergenza italiana. Quello che traccia le curve della mortalià. Lo conferma l’ultimo bollettino settimanale pubblicato dall’Istituto superiore di Sanità aggiornato al 13 marzo. A quella data erano 1.016 i morti confermati per coronavirus, il 75% dei quali in Lombardia, il 14,4% in Emilia e solo lo 0,3% in Toscana. L’età media dei pazienti deceduti è di 79,4 anni, mentre l’età media di chi ha contratto l’infezione nel Paese scende a 65.

Segno evidente che, se il microrganismo colpisce anche i più giovani, miete vittime soprattutto fra gli anziani. Due (entrambi maschi) le vittime fra 30 e 39 anni, 4 fra 40 e 49 anni, 25 fra 50 e 59, 80 fra 60 e 69 anni, 362 fra 70 e 79, 445 fra 80 e 89, 98 i decessi oltre i 90 anni. La mortalità complessiva era al 5,8%, del 9,6% fra i 70 e i 79 anni, del 16,6% fra gli 80 e i 90 anni, del 19% sopra i 90. . Ma a colpire gli studiosi dell’Iss, l’Istituto che guida scientificamente quasi tutte le scelte di Giuseppe Conte, sono proprio i dati di genere. Le donne decedute due giorni fa erano 289, il 28,4%, gli uomini il 71,6%. «Ma non sappiamo ancora a cosa sia dovuta questa forbiceammette Giovanni Rezza, direttore del dipartimento di Malattie infettive dell’Iss – servirà ancora tempo e ci sarà bisogno di un approfondimento per capirlo». Eppure che le donne resistano meglio al virus è confermato anche dai dati di contagio.

«Non possiamo ancora spiegarlo scientificamente – ammette anche Francesco Menichetti, professore e primario di Malattie infettive a PisaMa una cosa è certa, ed è relativa proprio alla mortalità: se la discrasia fra maschi e femmine è inferiore fra i contagi, dato che finora si è infettato il 60% degli uomini e il 40% delle donne, aumenta nel momento decisivo. Il 70% delle donne ce la fa, e questo sembra valere, con alcune differenze, ma per ogni fascia d’età. Solo oltre i 90 anni aumenta la mortalità delle donne, che parifica quasi quella dei maschi. Ma il motivo è semplice: gli uomini a quell’età non arrivano, in gran parte muoiono prima. Stabilire però se questa resistenza delle donne sia data da una maggiore capacità di risposta immunologica o da un fattore propriamente genetico è ancora impossibile. Uno, perché dovremmo vedere se anche per le altre patologie, escluse quelle di genere, c’è un fenomeno simile».

Inoltre, per ora solo un quarto dei deceduti aveva patologie pregresse, esattamente il 26,4%. «E anche se la maggioranza di questo campione fosse composta da maschi non si spiegherebbe totalmente il divario nella letalità. Per ora resta solo un rebus, come lo è, per fortuna, il fatto che il virus contagi senza conseguenze i bimbi fino a 14 anni».

Dallo studio emerge un quadro chiaro sui sintomi: nell’83% dei pazienti deceduti è stata riscontrata dispnea, cioè difficoltà respiratoria, l’80% ha accusato la febbre, ma solo il 45% la tosse.