Marina Ziche e Amelia Filippelli dell’Unità di crisi Sif su Sars-CoV-2 mettono in evidenza le ragioni scientifiche alla base delle differenze del rischio di infezione e della gravità della patologia tra maschi e femmine. “Esiste una chiara indicazione di genere, che merita grande attenzione mentre si stanno sperimentando farmaci e vaccini” 

(tratto da:  Redazione Aboutpharma Online1 Aprile 2020)

Dai dati epidemiologici emersi in queste settimane di lotta alla Covid-19 in Italia, sebbene non significativi, appare chiaro che esista una differenza di genere tra uomini e donne, a proposito del rischio di infezione e mortalità. Ora lo dimostrano anche nuove evidenza scientifiche, che mostrano come entrino in gioco diversi fattori, che tutti sommati potrebbero portare a questa differenza, soprattutto di mortalità, tra uomini e donne. “Non c’è dubbio che ci sia una questione di genere in Covid-19 – affermano Marina Ziche e Amelia Filippelli dell’Unità di crisi Sif (Società italiana di farmacologia) su Sars-Cov-2 – che non deve essere disattesa nell’affrontare questa pandemia”. Ma “come interpretare questi dati e cosa ci suggeriscono rispetto alle strategie terapeutiche e di prevenzione?”, si chiedono le esperte.

Epidemiologia cinese e italiana di Covid-19

Uno studio clinico condotto nell’ospedale di Wuhan, in Cina, tra gennaio e febbraio 2020 su 4880 soggetti asintomatici o sintomatici per la patologia respiratoria, è emerso che la positività al Sars-Cov-2 nella popolazione maschile e anziana (>70 anni) presentava tassi significativamente più alti. Sebbene solo l’età fosse stata riconosciuta come fattore di rischio. Il report dall’Istituto superiore di sanità (Iss) che raccoglie i dati italiani su Covid-19, allo scorso 24 marzo evidenziava come gli uomini rappresentino il 57,8% degli infetti e le donne il 42,2%. La differenza tra i generi diventa più rilevante se si esaminano i numeri dei decessi e le fasce di età: il 70,9% sono maschi mentre le femmine sono il 29,1% e con una mediana per l’età di 78 anni negli uomini rispetto agli 82 delle donne.

Non va diversamente con l’influenza

Gli anziani sono più vulnerabili e, nei piani sanitari nazionali, questa fragilità è alla base delle campagne vaccinali che ogni anno cercano di prevenire le evoluzioni infauste delle sindromi influenzali. I dati sul Bollettino Epidemiologico Nazionale dell’Iss documentano che anche per la “normale” influenza del 2018-2019, i casi gravi, con quadri clinici analoghi a Covid-19 e ricoveri in rianimazione, nel 63% dei casi colpiscono gli uomini sopra i 65 anni e meno le donne. L’analisi ha mostrato che gli uomini avevano un tasso di mortalità significativamente più alto, e manifestavano una sintomatologia peggiore, indipendentemente da età, sintomi e comorbilità, rispetto alle donne. Quindi gli uomini, soprattutto se anziani, sono più vulnerabili delle donne alle infezioni virali e alle loro evoluzioni negative.

La chiave di entrata di Sars-Cov-2

È ormai noto che il nuovo coronavirus Sars-Cov-2 entri nelle cellule umane bersaglio tramite un enzima detto di conversione dell’angiotensina II (Ace2). Il quale si trova localizzato sull’endotelio dei capillari polmonari, da dove svolge un ruolo fondamentale nella regolazione della pressione arteriosa. La prima differenza di genere riguarda proprio l’espressione del recettore Ace2, maggiormente presente negli uomini rispetto alle donne. “Non si esclude che questa significativa differenza, mantenuta tra popolazioni di diversi Paesi, possa essere legata anche a diverse abitudini e stili comportamentali come il fumo” continuano le esperte. “In Cina, per esempio, la prevalenza di maschi fumatori supera il 50% mentre quella delle donne è inferiore al 3% della popolazione”.

Sistemi immunitari differenti

Uomini e donne inoltre differiscono anche nella risposta immunitaria. Sebbene infatti i loro sistemi immunitari siano composti dagli stessi elementi cellulari, le femmine sviluppano maggiori risposte immunitarie verso patogeni, compresi i virus. Motivo per cui sono meno suscettibili a contrarre infezioni da microrganismi. Inoltre il sistema endocrino, ed in particolare gli ormoni sessuali, possono modificare sia il numero che la “qualità” delle cellule immunitarie, modificandone la risposta ai patogeni.

Questione di ormoni…

Gli ormoni sessuali agiscono come importanti modulatori delle risposte immunitarie. Il testosterone, per esempio, l’ormone sessuale maschile, è generalmente un immunosoppressore, mentre gli estrogeni, importanti ormoni regolatori sessuali femminili, tendono a essere immunostimolanti. Studi pubblicati nel 2016 hanno documentato che gli estrogeni forniscono effetti protettivi in modelli animali infettati da ceppi di Sars-Cov, lo stesso ceppo di virus da cui è emerso il nuovo coronavirus responsabile di Covid-19. L’analisi della risposta immunitaria ci indica che le donne sviluppano risposte immunitarie verso gli antigeni virali, più intense e più elevate rispetto al sesso maschile e questa caratteristica può determinare anche una risposta vaccinale diversa tra i generi.

…e di cromosomi

Infine non va dimenticata la differenza legata ai cromosomi sessuali. Sul cromosoma X sono stati mappati circa 1000 geni, verso i soli 100 del cromosoma Y. Molti dei geni del cromosoma X sono correlati all’immunità e codificano per proteine coinvolte nella risposta immunitaria fornendo alle femmine, che hanno due cromosomi X, il doppio di queste risorse. La finalità biologica di questo maggiore armamentario di difesa immunitaria delle donne è da imputare alla necessità di garantire una protezione della specie. Di contro però, come effetto negativo, comporta che le donne sviluppino un maggior numero di malattie autoimmuni.

Per quanto riguarda la gravidanza invece, i dati dalla pandemia cinese indicano che madri positive hanno dato alla luce neonati negativi al tampone per il virus. Cosi come sono negativi per Sars-Cov-2 anche il liquido amniotico, il sangue cordonale e il latte materno.

L’importanza di un’analisi di genere

Le due esperte concludo sottolineando come sia necessaria una integrazione delle attuali misure intraprese per il controllo e il trattamento delle infezioni da Covid-19, con un’analisi di genere. Il che permetterà di migliorare l’efficacia degli interventi sanitari e promuovere obiettivi di equità di genere e di salute. Maschi e femmine differiscono anche nella risposta ai farmaci e le donne hanno un rischio maggiore di 1,5-1,7 volte di manifestare reazioni avverse. Nel campo delle terapie antivirali un esempio è quello di alcuni farmaci anti-Hiv come la nevirapina (reazioni cutanee nelle donne) e gli inibitori delle proteasi (disturbi metabolici nelle donne).

Nonostante le differenze culturali, sociali ed epidemiologiche tra la Cina e l’Italia, e sebbene in presenza di diverse strategie di contenimento dell’infezione, i dati ci confermano che questo ceppo di coronavirus predilige i maschi e specifiche fasce di età. Manifestando una chiara indicazione di genere, che merita grande attenzione mentre si stanno sperimentando farmaci e vaccini.