(fondte:ecointernazionale.com 14.10.2020)  – A partire dall’ottobre 2020 il Servizio Sanitario Nazionale coprirà le spese farmacologiche per la terapia di sostituzione ormonale per gli individui che vi si vogliano sottoporre. Tale autorizzazione porta la firma dell’Agenzia Nazionale del Farmaco (Aifa) ed è presente sulla Gazzetta Ufficiale. Nello specifico, la determina n. 104272/2020 fa riferimento ai farmaci ormonali per la “virilizzazione” di uomini transgender, mentre quella  n. 104273/2020 è relativa al processo di “femminilizzazione” di donne transgender. Entrambe le pratiche vengono autorizzate previa diagnosi ad opera di una commissione, definita specialistica e multidisciplinare, che prende in carico il caso di disforia di genere.

Nei giorni scorsi abbiamo scambiato due chiacchiere con Lorenzo Barbaro, studente di medicina e membro del consiglio direttivo di Arcigay Palermo con delega alle politiche trans, sia per approfondire il tema, ma anche per dar voce a un membro della comunità.

Il termine disforia di genere interessa quegli individui che non si identificano con il genere assegnatogli alla nascita, «fa riferimento a quello di una persona che non si rivede nel genere assegnato alla nascita basato sugli organi genitali. Una persona non sente quella F o quella M che danno alla nascita» afferma Barbaro, il quale aggiunge: «transessuale è un termine che non mi piace usare, perché confina tutto al mondo medico, si riferisce a qualcuno che intraprende la terapia di transizione. Transgender invece, ha un significato più ampio, abbraccia sia chi intraprende un percorso medico sia chi non può o non vuole farlo».

Chi sono gli attori che hanno portato avanti questa campagna per la gratuità del servizio?

«È una cosa che è partita dal Mit di Bologna (Movimento Identità Trans) insieme all’Aifa, l’Agenzia italiana del Farmaco. Il problema dei farmaci è diventato importante un anno fa perché alcuni di loro sono stati messi fuori commercio. Il riconoscimento dell’uso di questi farmaci interessa chi ha già una diagnosi; per farla, secondo quanto definito dalla nota, bisogna far riferimento a un’equipe multidisciplinare e specialistica, che dovrebbe occuparsi di seguire coloro i quali sono soggetti a un processo di transizione. La cosa da precisare è che, attualmente, la “diagnosi di disforia di genere” la possono fare tutti i professionisti della salute mentale (psicologi, psicoterapeuti, psichiatri), ci si può rivolgere a specialisti nel settore privato o a centri specialistici già definiti nel settore pubblico, che però in alcune regioni non ci sono. Mentre, stando alle determine AIFA, non è chiaro chi potrà fare la diagnosi e, quindi, dare accesso ai farmaci gratuiti. Si aspettano le delibere regionali.»

Qual è la prassi per accedere alle terapie sostitutive, quali sono quelle sovvenzionate dal SSN?

«La prassi per accedere agli ormoni si rifà a due protocolli: quello ONIG, e il protocollo Wpath. Secondo il protocollo ONIG, il più diffuso in Italia,  bisogna sottoporsi a un percorso di psicoterapia, danno un tempo di 6 mesi e dopo questo percorso in cui si accertano che sei convinto si passa agli step successivi definiti dallo stesso protocollo. Lo psicologo fa una relazione e poi si va da un endocrinologo, nei grandi centri lavorano in equipe. I farmaci, della pre nota Aifa, sono quasi tutti in fascia C, quindi te li devi pagare tu, alcuni farmaci sono in fascia A, quindi pagati dal sistema sanitario, ma prima di questa nota, siccome l’uso non era riconosciuto nelle persone trans,  nel caso del testosterone serviva la diagnosi di ipogonadismo maschile e si possono avere solo nel caso in cui hai i documenti al maschile.»

Il trattamento di disforia di genere è una pratica pluridisciplinare: i criteri per l’accesso alle terapie saranno più stringenti?

«Se i farmaci verranno erogati ci sarà un aumento delle liste d’attesa nel caso in cui l’erogazione sarà esclusiva delle farmacie ospedaliere e il trattamento solo in grandi centri, ma è difficile poterlo definire  adesso perché bisogna tener conto anche dell’emergenza sanitaria in cui viviamo, non me la sento di dire altro. La nota presente in Gazzetta inoltre non è chiara ad esempio, nella definizione di questa equipe, se sia vincolata al settore pubblico o privato.»

Cosa significa per la comunità trans questo cambio di rotta?

«Sicuramente, nel momento in cui in Gazzetta Ufficiale viene riconosciuta la mia identità, io ho sentito un senso di felicità per un riconoscimento da parte delle istituzioni, ma c’è un sapore amaro legato alla patologizzazione della diagnosi, del controllo medico. Questa conquista dovrà essere migliorata nel tempo.»

Territorialmente, chi vuole sottoporsi a questo tipo di terapia a chi può rivolgersi?

«Il primo passo è quello di rivolgersi a persone che conosci che hanno intrapreso il percorso, le associazioni sono un riferimento territoriale, parlare con persone che lo hanno vissuto è sicuramente il primo punto. Anche con più persone, ogni esperienza è soggettiva. Sul territorio ci sono professionisti privati, e altri che operano nel servizio pubblico come nel caso del Policlinico che ha un’equipe pluridisciplinare. C’è anche  l’ArciGay che gode dell’attività di una psicologa e dove si organizzano attività e incontri di socializzazione; un’altra realtà è quella di Agedo, anche qui è presente la figura di uno psicologo che si occupa di ragazzi trans e li accompagna nel percorso di transizione; e ancora Ali d’aquila e, infine, Famiglia arcobaleno.»