(tratto da repubblica.it 15 marzo 2020 – di Gianpaolo Visetti) – “Sì, ormai possiamo dirlo: questo virus contagia più i maschi delle femmine. Più i casi sono gravi e più si sale con l’età, più la differenza cresce. Le terapie intensive ormai scoppiano di uomini: il problema, con l’epidemia in una fase iniziale, è che non riusciamo a capire perché“.Guido Bertolini, 55 anni, responsabile del laboratorio di epidemiologia dell’Istituto Mario Negri di Bergamo, dall’unità di crisi della Lombardia coordina medicine d’urgenza e pronto soccorso. Con 2.600 medici e infermieri dei più importanti ospedali italiani ha appena finito un confronto sulla preferenza del coronavirus per i maschi. “Non abbiamo dati della qualità che vorremmo – dice a Repubblica – ma le statistiche dopo tre settimane cominciano a essere chiare. Su dieci contagiati in modo grave, 7 sono maschi e 3 sono femmine. Negli anziani arriviamo al rapporto di 8 a 2. Da oggi studiamo un fenomeno che nasconde il segreto per aggredire il virus: la direzione è il suo rapporto con l’assetto ormonale dei due sessi“.

Come avete scoperto la maggiore vulnerabilità maschile?
“Fino ad oggi, per riorganizzare gli ospedali, ci si è concentrati sulla resistenza dei bambini e sulla fragilità degli anziani. Adesso, grazie allo scambio dei dati con la Cina, emerge che anche in Italia i maschi sono molto più a rischio: capire perché permette di arrivare alla natura del virus”.

Quale spiegazione dà?
“Oggi possiamo formulare solo ipotesi. La differenza più evidente tra maschi e femmine è l’assetto ormonale. I primi producono androgeni, le seconde estrogeni. Questi costruiscono resistenze naturali contro molte patologie, a partire da quelle cardiovascolari. La sfida è capire cosa succede con il Covid-19”.

Perché rimangono aspetti non chiari?
“Il primo problema è che dopo la menopausa nelle donne la produzione di estrogeni cala. Anche loro, con l’avanzare dell’età, dovrebbero dunque diventare più attaccabili. Invece non succede. Anzi: più i contagiati sono anziani e più cresce la percentuale di maschi, in particolare nei casi gravi”.

Come lo spiega?
“Lo stiamo studiando. Negli anziani possono contribuire altri fattori, come l’abuso pregresso di fumo e di alcol, con i disturbi correlati. Nei maschi è più alta anche l’incidenza di diabete e ipertensione, di problemi cardiovascolari e respiratori”.

Quali sono i dati italiani?
“Prendiamo il totale dei decessi: 70% maschi e 30% femmine. Solo l’1,7% delle donne muore, rispetto al 2,8 degli uomini. Tra i casi confermati siamo a 4,7% tra i maschi e a 2,8% tra le femmine. Se aggiungiamo che il rapporto è di 7 a 3 anche nei ricoveri in terapia intensiva è chiaro che la scienza deve approfondire in fretta”.

Dopo quale età la forbice si allarga sempre di più?
“Il confine sono i 50 anni. Prima la differenza è significativa, dopo diventa impressionante. Incidono fattori di rischio e relazione con gli assetti ormonali”.

Si può dire che i maschi devono stare più attenti delle femmine?
“No. Tutti devono osservare le misure adottate dal governo e restare in casa. I maschi però devono sapere che, se infettati, spesso vanno incontro a polmoniti più gravi. C’è però un aspetto ancora più preoccupante”.

Quale?
“Dobbiamo investire di più sul trattamento ancora più precoce dei contagiati. La partita contro il Covid-19 si gioca nei pronto soccorso: se arriva in terapia intensiva sempre più spesso è già persa”.

Come si può fare?
“Accelerando le diagnosi con il “test del cammino” e dotandosi di un numero maggiore di caschi per la ventilazione non invasiva”.